Il ruolo dei deepfake nella guerra cognitiva
I media sintetici vengono regolarmente impiegati come armi cognitive nei moderni scenari di conflitto. Sebbene attualmente si vedano deepfake distribuiti su larga scala dall’Iran nel contesto delle escalation con Israele e gli Stati Uniti in Medio Oriente, questa non è la prima prova di un uso diffuso di deepfake e media sintetici come arma di guerra.
In effetti, l’industrializzazione dei media generati dall’IA come arma psicologica è stata un processo sviluppato e perfezionato dalla Russia durante tutto il conflitto in Ucraina negli ultimi quattro anni.
Panoramica video
La Narrative Kill Chain espone i deepfake come arma cognitiva
La Narrative Kill Chain, un modello esposto nel nostro nuovo rapporto e caso di studio dal fronte ucraino, identifica una sequenza modulare e ripetibile di payload basati su deepfake, progettati per produrre effetti cognitivi prevedibili su popolazioni target selezionate, come soldati in prima linea, civili ucraini e l’opinione pubblica occidentale.

L’obiettivo di questa arma cognitiva è stimolare il disimpegno nel target attraverso un affaticamento emotivo sistematico. Nel rapporto, questo viene dimostrato nel contesto della Narrative Kill Chain attraverso un archivio di video campione, selezionati tra oltre 1.000 media raccolti e categorizzati sul campo come parte del nostro lavoro a fianco della comunità di intelligence dentro e fuori l’Ucraina.

I risultati sono tempestivi perché proprio ora, in Medio Oriente, stiamo vedendo lo stesso framework di attacco distribuito dall’Iran, attraverso strutture narrative comparabili, contro i paesi vicini e l’asse Israele-USA nelle fasi iniziali del conflitto.

Strategia di diffusione dei deepfake
Come per ogni altra operazione militare, la logistica gioca un ruolo cruciale. Una volta prodotti, i deepfake devono essere consegnati a un ambiente specifico per essere lanciati contro i target. Nel rapporto abbiamo anche analizzato i meccanismi attraverso i quali i contenuti si diffondono, evidenziando come le dinamiche di distribuzione integrate algoritmicamente nelle piattaforme social contribuiscano all’amplificazione e alla persistenza. Questa arma cognitiva sfrutta il fatto che la prossimità, la somiglianza e i modelli di interazione abbattono i confini tradizionali tra le popolazioni.

Deepfake adottati come arma cognitiva nella disinformazione bellica
Nei 12 mesi trascorsi dal nostro ultimo rapporto pubblicato sullo Stato dei Deepfake, i media sintetici sono diventati davvero democratizzati, ma la loro presenza onnipresente in un ambiente di guerra dell’informazione ha sorpreso anche gli osservatori più accaniti.
Gli eventi all’inizio di marzo 2026 non solo hanno confermato la nostra ipotesi che la guerra cognitiva basata sui deepfake sarebbe diventata de facto nei conflitti su larga scala, ma hanno affermato che la sua adozione sta avvenendo più velocemente di quanto chiunque potesse aspettarsi.
I conflitti d’informazione odierni non rispettano né confini né fusi orari. La stessa narrazione di disinformazione può essere adattata e distribuita in parallelo in vari continenti, sia che l’obiettivo sia interferire con un’elezione, erodere la coesione sociale o destabilizzare la fiducia pubblica nelle istituzioni.
La geografia non è più un vincolo: lo è solo la capacità di produrre e distribuire contenuti. Questa dipendenza dalla connettività e dalla scala è ciò che colloca questa forma di guerra cognitiva direttamente nel dominio digitale.
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Il ruolo dei deepfake nella guerra cognitiva: un caso di studio dal fronte ucraino
Questo rapporto “State of Deepfakes” espone i risultati del nostro lavoro a fianco della comunità di intelligence dentro e fuori l’Ucraina nell’ultimo anno. Delinea un quadro d’attacco per l’impiego di media sintetici come arma cognitiva nei conflitti moderni.
